Se vuoi leggere un
breve resoconto di Gianpino sul viaggio da lui fatto nel 2004 clicca
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mentre per quello di Sandrone per il viaggio del 2006 clicca
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Ho aggiunto anche il
resoconto del viaggio sulla Route 66
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“ROUTE 66”
Scrivere non e’ mai stata la mia passione, ma visto che da più parti mi è stato chiesto un resoconto dell’ultimo American Tour, invece di raccontare il viaggio vorrei soffermarmi sulla “ROUTE 66”. “ROUTE 66”, “THE MOTHER ROAD”, “MAIN STREET OF AMERICA”, “THE ROAD”, “BLOODY 66”, questi sono solo alcuni dei più svariati modi in cui viene chiamata la “66”, e dopo la famosissima “Get your kicks on Route 66” di Nat King Cole, centinaia di artisti l’hanno cantata o decantata e sono stati girati anche alcuni film sulla “66”. Ma perché tutto questo? La risposta e’ semplice: basta percorrerla. Da Chicago a Santa Monica, 3367 km, 8 stati e 3 fusi orari. La più grande opera federale degli anni 20, la strada che ha permesso lo sviluppo economico negli USA e ha cambiato per sempre il modo di viaggiare. Lucille HAMON’S, soprannominata “The mother of the mother road” amava dire: “Il bello non e’ arrivare, il bello e’ viaggiare”, ed e’solo percorrendo la “66” per intero che si può capire il senso della sua frase. La strada inizia a Chicago, dalle sponde del lago Michigan, con il suo inizio tecnico tra la Michigan Avenue e la Jackson boulevard, attraverso Chicago sino alla sua periferia dove passa da Joplin, paese reso famoso dal film “The Blues brothers” , e punta dritto a sud, è da questo punto che ci si addentra nell’America più vera e si può già intuire quello che la “66” e’stata un tempo. Motel, ristoranti, diner e stazioni di servizio a volontà, oggi per la maggior parte abbandonati, qualcuno in servizio, qualcun altro ristrutturato e riconvertito e il tutto fa’ pensare che, quando la “66” era l’unica strada che attraversava l’America, erano pieni di viaggiatori. Attraversiamo paesi come Gardner, Dwight, Pontiac, Bloomington, Springfield, Litchfield che a parte essere attraversati dalla “66” non hanno niente da offrire. Ma il bello e’ proprio questo: la loro normalità. A Litchfield abbiamo cenato all’ “Ariston cafe”, locale aperto nel 1924 e da allora sempre in servizio 365 giorni all’anno. Questa cena è un ricordo particolarmente piacevole in quanto ci e’ stata offerta da Mr.Brad e noi per ringraziare abbiamo intonato un bel “tanti auguri a te”, dato che era il compleanno del proprietario. Sempre all’ “Ariston cafe” abbiamo saputo che il giorno prima era passato Paul Mc Cartney con famiglia al seguito, anche a loro a spasso sulla “66”. In Illinois seguire la “66” e’ facile, sempre ben indicata e percorribile per tutta la sua lunghezza, ma quando si attraversa il Mississipi river e si entra in Missouri ammirando il Chain of Rock bridge, la musica cambia, indicazioni quasi vicine allo zero, sostituzione dei numeri con lettere (AA,BX;XW) ecc.ecc., insomma: sembra quasi di partecipare ad una caccia al tesoro e, seppur dotati di 3 cartine e 4 navigatori, più di una volta abbiamo dovuto invertire la rotta. In Missouri la strada inizia a puntare ad ovest, corre su e giù per le colline in modo piacevole ed anche qui sono molte le icone che ricordano la “66”. A Stanton abbiamo visitato le “Meramec Caverns”, a Springfield ci siamo persi in mezzo alle campagne, a Fanning abbiamo visto la sedia piu’ grande del mondo. Arrivati a Joplin attraversando il “Marsh bridge” si entra in Kansas, l’unico stato dove la “66” non ha mai subito modifiche ed e’ anche l’unico stato che non ha mai sostituito la numerazione in uso costante dal 1926 al 1960, tutto questo in soli 20 km per poi entrare in Oklahoma dove, dopo aver attraversato Miami, il “Coleman theatre” la fa’ da padrone… e ancora : Afton,Vinita e Catoosa, dove una sosta alla “Blue whale” è d’obbligo, dopodichè si entra a Tulsa dove si possono ammirare decine di stabili in stile “Art-deco” a testimonianza della “66”. Incontriamo Stroud, Chandler ed ecco Oklahoma City… lungo quello che oggi si chiama “39 Expressway” si incontrano decine di attività risalenti all’epoca d’oro della “66”, insegne al neon a volontà, diner (locali aperti 24/24) e decine di stazioni di servizio. Dopo aver lasciato Oklahoma City prima di arrivare ad Hidro, un bel fuori programma e’ dietro l’angolo. L’asfalto finisce, il cemento finisce e inizia lo sterrato : buono, duro ma sempre sterrato! per fortuna dura solo qualche chilometro. Ecco Hidro, 30 case, un gigantesco granaio ed una stazione di servizio,anzi quella che per anni e’ stato un vero e proprio faro: il “PROVINE/HAMON’S Station”, Lucille HAMON’S e stata la prima a rifornire di carburante 24/24. Dopo Hidro, Clinton che non ha niente a che vedere con l’ex presidente ma e’ sede del “Route 66 Museum”, la visita è d’obbligo e ci aiuta ancora di più a capire come veniva vissuta la “66”. In Oklahoma sono molti i tratti rimasti e sono molto piacevoli, paesaggi collinari si affiancano a praterie a perdita d’occhio e si iniziano a vedere i giganteschi granai accompagnati da qualche pozzo di petrolio, molti tratti della “66” sono in cemento e la strada a questo punto punta a ovest. Dopo Erick e Texola si entra in Texas, dove Shamrock con il suo “U-Droop inn” in perfetta “art-deco” e’ uno dei santuari della “66”. Mc Lean, Alanreed, Groom ed ecco Amarillo dove la sosta al “Cadillac ranch”per scattare due foto alle dieci Cadillac piantate nel terreno e’ d’obbligo… e la cena al “Big Texan ranch”, con la sua poderosa bistecca da 72once, ce la siamo proprio meritata! Dopo Vega arriva Adrian, paese che si trova esattamente a metà strada tra Chicago e Santa Monica. In Texas la strada e’ percorribile quasi per intero, tenuta discretamente e ben segnalata, tratti desertici e praterie si susseguono, l’orizzonte inizia a farsi piatto e lontano ed e’ con questo paesaggio che si entra in New Mexico. Tucumcari è la prima cittadina che s’incontra, una volta chiamata anche il ”Paese delle 2000 stanze” (nome dato dall’elevato numero di motel). Qui si trova il “Blue Swallow motel” diventato famoso per essere stato il primo a dotare le stanze di aria condizionata e telefoni. Potrestre pensare che qualche anno fa’ e’ stato ristrutturato e addiritura la “Bell” ha fornito i telefoni d’epoca mentre la “General Elettric” ha riprodotto i condizionatori originali? Cos’altro dire? In rapida successione: Montoya, Newark e Cuervo paesi quasi abbandonati, Clines Corner località nata dopo l’apertura di un truck-stop negli anni ’50. Incontriamo ora Albuquerque, qui la “66”si chiama “Central avenue” … molta “Art-deco” e il caldo inizia a farsi sentire! Grants, Prewitt e Gallup ci accompagnano sino al confine con l’Arizona. In New Mexico la strada, dove e’ percorribile, e’ in discrete condizioni con molti tratti in cemento, ma purtroppo molte volte bisogna usare l’autostrada. In Arizona ci da’ il benvenuto un paese che chiamarlo fantasma e’ poco, Lupton il 100% delle strutture lasciate a stesse, tutto chiuso e abbandonato. Painted desert, Pietrifield forest, Holbrook dove si puo’ ammirare uno dei due “Wingwam motel” ancora attivi, ovverosia un motel che al posto delle stanze ha dei “Tee-pee” in cemento. Proseguiamo: Winslow, Two Guns e Twin Arrows dove la mente mi riporta indietro di 18 anni: quest’ultimo è un truck-stop che come attrazione aveva due enormi frecce piantate nel terreno, con l’unica differenza che 18 anni fa’ era in piena attività mentre oggi e’ abbandonato e lasciato a se stesso. Flagstaff, William e si arriva a Seligman, il cuore della “66”, ”il paese che una volta era di transito oggi e’ la meta” così dice Angel Valades DELGADILLO, la persona che con la sua caparbietà ha ottenuto dal governo federale il riconoscimento della “66” come strada storica, evitandone la cancellazione ed e’ per questo che viene chiamato “THE MAYOR OF THE MOTHER ROAD”, il sindaco della strada madre. Dopo Kingman la “66” si arrampica sino al “Sitgreaves pass” dove si può gustare un lungo tratto del tracciato originale del ’26, percorrendolo ci si domanda come facevano i camion alla fine degli anni ’70, prima che la strada venisse dimessa. Oatman e’ l’ultimo paese dell’Arizona, famoso per l’ “Oatman motel” costruito nel 1902, e dato il suo passato minerario le strade sono invase da muli, che a spasso tra le nostre Goldwing creano un insolito contrasto, sembra di essere al centro di un film western. In Arizona la strada e’ percorribile per circa il 30%, il resto e’ stato sostituito con l’autostrada, comunque anche se poca è davvero ben tenuta e ben indicata mentre i paesaggi desertici si contrappongono a foreste fino a quando si entra in California, dove caldo e deserto ci accompagnano sino a Los Angeles con l’asfalto in pessime condizioni. nei tratti rimasti. La prima cittadina che si incontra entrando in California è Needles, anche qui molti i motel abbandonati e le stazioni di servizio chiuse o riconvertite in altre attività. Goffs, Chambless sono paesi quasi disabitati, Amboy, collocato sul crocevia con la 127, resiste e il “Roy Cafe” fa’ da caposaldo sin dal 1930. Newberry Springs e’ la localita’ dove si trova il “Bagdad Cafe”, Barstown e’ l’ultima città prima di entrare nell’area di Los Angeles ed anche qui la “66” ha lasciato molti segni. A Victorville sicuramente ho mangiato uno dei miei migliori hamburger da “Emma Jean’s Holland Burger cafe”, un locale rimasto invariato dagli anni ’50 ad oggi, con una cameriera che ……….. era tutto un programma. Ma ormai la meta e’ vicina,si entra a Los Angeles da San Bernardino e si prende il Foothill Boulevard, un viale di circa 60km con un numero incalcolabile di semafori, a Pasadena si prende per la 110, sino al Santa Monica boulevard che ci porta dritto sul molo dove ha termine la “66”,proprio a due passi dall’oceano Pacifico. Qui al Palisades park una placca dedicata a Will ROGERS ne segna la fine. All’interno di Los Angeles seguire la “66” e’ quasi un avventura, da troppo a niente, un comune la commemora .. per il successivo non e’ mai esistita, il tutto condito da un traffico stile Milano nelle ore di punta. Comunque noi a Santa Monica ci siamo arrivati e come premio abbiamo cenato sul celebre molo a palafitte da “Bubba Gump”. Questo in breve e’ la “66” vista dai miei occhi, ma la “66” e’ tutta da scoprire ancora oggi, ha molto da offrire e sono certo che a ripercorrerla nuovamente troverei cose che mi sono sfuggite. Di tanto in tanto parlando con altre persone mi sento dire: -Sai sono stato in america e ho fatto la “66”- Sorrido e domando: -Hai visto il “Gemini Giant”?- -Cosa ne pensi della “Blue Whale”?- ma la domanda più bastarda e’: -Sei passato anche da Miami?- tutti ti rispondono: -Si bellissima, belle spiagge un gran caldo!- -!?!?!? spiagge???, Miami e’ in mezzo alle praterie dell’Oklahoma, ma che “66” hai fatto?- a quel punto non parlano più………….
Dal 22 Settembre 1978 tra le 13,30 e le 14,00, quando la “Route 66” e’ stata ufficialmente dimessa, molte persone hanno continuato a viverla e a mantenerla in modo che anche noi oggi possiamo godere di quel fascino intatto che sprigiona.
“GET YOUR WING’S ON ROUTE 66“ By Maurizio & Nunzia Oldani
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American Dream Si è sempre detto che non è la meta che conta ma il viaggio….è vero, oggi posso tranquillamente affermare che ciò è vero, perché questa è un esperienza totalmente diversa dal concepire il viaggio in moto secondo i canoni “europei”. La preparazione durata mesi, la partenza programmata da settembre 2005, sono tutti fattori che ad un certo momento mi hanno fatto perdere l’eccitazione e l’attesa dell’inizio di questa meravigliosa avventura… alla Malpensa, in attesa dell’ imbarco, mi sentivo pronto a qualsiasi cosa dimenticando in un istante la mia propensione a raggiungere ogni luogo con le mie ruote, già il solo partire in aereo per attraversare l’oceano è di per se un “viaggio” ma la curiosità di ammirare un luogo visto solo nei film….. E’ arrivato il momento, siamo tutti allegri e questo aiuta anche a conoscersi un po’ di più che non solo in quel fugace momento in un ristorante novarese dove Maurizio e Nunzia ci hanno “passato le consegne” dandoci ragguagli e regole di comportamento che si sono rivelate più che utili durante il viaggio, si parte destinazione Heatrow (Inghilterra) per poi spiccare il definitivo salto verso New York. Il primo impatto con l’aereo è divertente, specie alla partenza sembra molto una montagna russa ma in un attimo sei lassù e tutto diventa relativo, poco più di un ora di viaggio e poi di corsa alla coincidenza (l’aeroporto è enorme ) per il vero e proprio “salto nel blu” dove il sole splende perenne e il tempo assume connotati diversi viaggiando contro lo scorrere delle lancette a più di 900km/h pur nella pacata rilassatezza della cabina ascoltando musica e leggendo un buon libro. L’arrivo all’aeroporto di Newark coincide anche con il primo impatto con la dogana americana di cui si sentono giudizi contrastanti ma l’aiuto di Nunzia nella compilazione dei moduli sull’aereo e la grande umanità di questo popolo ci mette a nostro agio quasi da subito, riesco a scambiare qualche parola con il doganiere che si sforza di parlare spagnolo per aiutarmi nelle risposte mentre lascio le mie impronte e la mia foto nei loro archivi. Espletate le formalità, Maurizio con alcuni di noi va a ritirare il famigerato monovolume blu che ci accompagnerà come appoggio mentre il resto della truppa si avvia verso il bus navetta dell’hotel esibendosi in alcune gags della serie “Gruppo Vacanze WingStore” giusto per intrattenere i nostri ospiti e renderci più simpatici…..o forse ridicoli… Al mattino successivo tutti gli hombres stipati nel monovolume vanno a ritirare le “cavalcature” dallo spedizioniere mentre io mi incarico di accompagnare le gentili dame in un piccolo tour della cittadina a piedi e finalmente ci siamo, arriva il pomeriggio quando finalmente il mio “American Dream” prende forma: tutto il lavoro di Maurizio e Nunzia da quella sera galeotta in cui mi fecero una “proposta che non si può rifiutare” è lì davanti a me…bella e dorata come la volevo, esattamente uguale tanto che mi sembra di averla sempre avuta e docile come mai nessuna Gw provata finora… Il giorno dopo lo dedichiamo alla visita di New York, mondo nel mondo, troppa per essere visitata in così poco tempo e raccontata in due righe ma due cose mi hanno colpito e voglio rendervene partecipi: Central Park, vera oasi verde in un contesto così caotico e Ground Zero, una voragine nel cuore di questa città cosmopolita che accoglie tutti ed ha accolto anche Caino nel suo ventre, tutte le immagini viste in televisione non sono nulla .. immergersi in questo scenario terribile sapendo quante persone hanno perso la vita per la stupidità umana ti fa sentire piccolo e partecipe, ti fa sentire un po’ americano. Ennesima notte con l’aria condizionata a stecca (secondo le usanze locali) e poi dopo aver delicatamente tolto i fiocchi alla mia bimba e alla moto di Max e Samy (che erano in viaggio di nozze posticipato) siamo pronti per avventurarci lungo le strade di questo nuovo mondo al seguito della monovolume che fungeva da apripista mentre Carlo e Grazia, dopo la foto di rito ci lasciano, loro faranno un altro itinerario ma li ritroveremo a S.Francisco per il rientro. Il “Viaggio” vero ha inizio in una splendida mattina, qui capiamo come saranno i giorni a venire: Maurizio adotta un suo sistema, comune a tutti i viaggi che ha organizzato finora, la parola d’ordine è “ANDIAMOOOOO….PRESTO CHE è TARDIIIII”…il ritmo di viaggio viene scandito da rigidi ordini di scuderia riguardanti la velocità da tenere, il comportamento sulla strada, le soste conformate al consumo dei 1500 (notoriamente più assetati dei 1800), le pause pranzo. Il Sistema Oldani è collaudato e tutti ci adeguiamo ai limiti di velocità severissimi, il clima caldo mi fa decidere spesso per un abbigliamento leggero : Maglietta e pantaloni corti ma presto comprendo che, a differenza della bimba che sta nel garage di casa, questo nuovo amore è molto più caldo nei confronti delle mie gambe e mi provoca addirittura insofferenza alla guida. L’arrivo della prima tappa è in Canada per vedere le Cascate del Niagara, qui arrivo stremato dalla sete tanto che apprezzo tantissimo un bicchiere di acqua calda da sovrapposizione alla marmitta offertami da Lino e Gabriella mentre siamo in coda per passare la frontiera…. Attimi di tensione : i doganieri controllano una per una le targhe delle moto, sembriamo forse matti perché ci siamo portati le moto al seguito, un pensiero mi colpisce : IO NON HO LA TARGA! (in America acquistando un mezzo nuovo ti viene rilasciata una immatricolazione provvisoria stampata su carta) Da lontano vedo Maurizio e capisco che anche lui è preoccupato di tanta severità ma essendo l’ultimo della fila spero nel miracolo e questo avviene: sono l’unico a cui non fanno storie, forse attraverso le telecamere della postazione la pubblicità della concessionaria apposta nel vano targa li confonde… Un oretta di svago alle Cascate che si offrono a noi in tutta la loro bellezza e poi via dritti all’hotel per rinfrescarsi e fare un bagno ristoratore in piscina … per chi non lo avesse ancora intuito, questo sarà il tema di tutta la vacanza…viaggiare viaggiare viaggiare …come ho anticipato all’inizio del racconto, non deve importarti la meta se intraprendi un avventura di questo tipo ma devi attingere dal viaggio l’appagamento che ti renda soddisfatto e che ti faccia sopportare le fatiche (per altro limitate a bordo dei nostri comodi mezzi) di tappe che variano dai 450 agli 800km al giorno. Al mattino si riparte per rientrare negli States attraverso la frontiera di Buffalo, oggi è il turno di Lino che viene accompagnato, dopo una lunga sosta alla dogana, in una zona circoscritta in attesa di un interprete, evidentemente in servizio non vi sono Paisà che parlano calabrese e gli addetti non permettono a nessuno di intervenire in suo aiuto. Il viaggio riprende ed i paesaggi non appena esci dalle città sono tutti bellissimi, Pennsylvania, Ohio, si dorme a Columbus e si riparte al mattino, Indiana , Illinois…anche quest’anno lo stabilimento Honda ci dà buca ma bisogna capirli: anche loro vanno in ferie, ma la delusione è presto dimenticata visitando un enorme concessionario a Litchfield dove come tanti bambini dal giocattolaio spendiamo un bel po’ di dollari in accessori. Arriviamo nel Missouri con sosta a St.Louis dove visitiamo l’Arco simbolo di questa città e, per merito della “Bibbia” di Massimo “Rassirio” e Sabrina “Amò”, scoviamo lo stabilimento della Budweiser (perdonate la pubblicità occulta ma la birra offerta era proprio buona) di cui approfittiamo subito per una visita e per placare la sete..(il caldo…ehhh) Iowa, Nebraska…gli stati si susseguono uno dopo l’altro mentre il paesaggio circostante ti rapisce con queste immense distese dove l’occhio non vede mai la fine, dove la strada è sempre libera con poco traffico, dove i colori e il profumo del West ti avvolgono creando in te delle sensazioni particolari facendoti sentire piccolo piccolo ma in egual modo parte integrante di questo scenario intrigante. Finalmente arriviamo nel South Dakota dove dedicheremo qualche giorno di sosta ad ammirare alcune bellezze naturali al mattino e approfitteremo dei pomeriggi, che molto intelligentemente Maurizio e Nunzia hanno saputo gestire per godere dell’atmosfera del più grande raduno al mondo: Sturgis, la mecca del Biker perché sarebbe stato improponibile in mezzo a quel caos riuscire a mantenere il gruppo compatto. Le Black Hills con la loro attrattiva più celebrata : i monti Rushmore, una rapida puntata nel Wyoming per ammirare la Devil’s Tower e di nuovo nel S.Dakota per immergersi nel selvaggio west delle Bad Lands…e poi Sturgis, minuscola cittadina resa grande da questo enorme afflusso di moto, un marasma in cui si possono ammirare moto di tutte le forme, aerografie pazzesche, custom che farebbero impallidire e ammattire le nostre motorizzazioni civili e donne seminude, alcune da lasciarci gli occhi altre un po’ meno…ma come sempre è l’atmosfera che conta, è lo spirito del biker che alberga in te e noi c’eravamo! Le moto e soprattutto il monovolume sono sempre più stipati di bagagli, abbiamo assistito a misteriose trasformazioni di trolley che in poche ore “ingrassavano” enormemente, merito anche di alcuni acquisti di abbigliamento western e di accessori Gw …come le cavallette razziano i raccolti anche noi razziavamo i negozi alla ricerca di ciò che qui è normale trovare perché spesso viene considerato abbigliamento da lavoro ma in Italia sarebbe stato impossibile da reperire o inavvicinabile per la lievitazione dei prezzi. Ancora una boccata di Wild Wild West : a Cody non si può rinunciare alla visita al Buffalo Bill Museum e alle numerose attrattive che questa cittadina offre fra cui il Rodeo che andiamo a vedere in serata e una ricostruzione perfetta di un antico villaggio del 1800. Il tempo scorre anche troppo velocemente, si riparte attraverso il Wyoming, dopo questo bagno di folla, per raggiungere un’altra meta simbolo della fantasia di tutti noi specialmente di quando eravamo piccoli: Yellowstone park! L’orso Yoghy, Bubu, il Ranger Smith…. personaggi di fantasia che ti aspetti di veder spuntare da un cespuglio, una fantasia che si trasforma in realtà non appena incontri un Ranger, quando ti trovi faccia a faccia con un enorme bufalo che passeggia ad un metro da te mentre tu, prudentemente, spegni il motore per non irritarlo. Per visitare questo enorme parco occorre una giornata intera, Maurizio e Nunzia suggeriscono con ragione di non viaggiare in gruppo ma di prenderci i nostri tempi anche singolarmente perché abbiamo di fronte almeno 250km da percorrere e lo spettacolo, veramente imponente, ti ripaga di ogni metro percorso: L’old Faithfull, un geyser spettacolare che ogni due ore si concede al numeroso pubblico, il Mammoth, un insieme di terrazze calcaree formate dall’acqua che sale dal sottosuolo, Tower falls e poi immense foreste che si stendono a perdita d’occhio….credetemi, poche righe non bastano a descrivere tutto questo. Il tormentone ricomincia: ANDIAMOOOO….e la carovana riprende la marcia attraverso il Montana per arrivare ad un altro parco, il Waterton National Park dove attraverso il Logan Pass sfioriamo il Canada e nel contempo raggiungiamo il punto più alto del nostro viaggio. Ho già accennato alla grande umanità che contraddistingue il popolo americano e sicuramente avrei potuto tediarvi con tutte le dimostrazioni di stima, con le centinaia di “welcome in the U.S.” che ci hanno accompagnato durante il viaggio ma a questo punto del viaggio tocchiamo con mano l’ospitalità di cui siamo oggetto: raggiungiamo Spokane nello stato di Washington e “Rassirio” scopre di avere la fioriera dissaldata…si mette in caccia di una possibile riparazione e dopo due o tre tentativi incontra John che lo invita a tornare l’indomani, Massimo gli spiega del nostro viaggio e sorprendentemente viene invitato ad attendere la chiusura del negozio: John lo accompagna a casa sua, lo presenta alla moglie, gli offre da bere e gli salda la fioriera rifiutando qualsiasi tentativo di pagamento se non sotto forma di un Gilet GWCI che “Rassirio” gli offre in segno di amicizia. ANDIAMOOOO…..ci aspetta Seattle con il suo Acquario dove “Zia Rita” tenta un gemellaggio con l’Acquario di Genova, il Pike Place Market e lo Space Needle, un incredibile ristorante che ruota su se stesso a 160 metri d’altezza, dove è necessaria la prenotazione con mesi d’anticipo ed ha un “Check In” stile aeroportuale ma che, offrendo ai commensali uno spettacolo indimenticabile, ripaga di tutti gli sforzi fatti per ottenere un tavolo nonchè del conto finale…. Si comincia a scendere verso sud attraversando L’Oregon e costeggiando l’Oceano Pacifico (che di pacifico ha solo il nome), in serata Cristina scopre di aver perso il passaporto.. dopo mille ricerche e la denuncia di rito dallo sceriffo, lei e Francesco decidono di dirigersi direttamente a San Francisco per ottenere, attraverso il consolato italiano, il foglio di via senza il quale non sarebbe possibile rientrare in Italia specialmente dopo l’irrigidimento delle procedure aeroportuali messe in atto dopo gli arresti ferragostani di presunti terroristi in Inghilterra. Si riparte, direzione sud, e Maurizio ci propone un fuori programma: la visita al Crater Lake, un lago profondo 592 metri formatosi nella conca di un vulcano spento e con un acqua di un blu intensissimo. Dopo aver visitato il lago torniamo sulla costa entrando in California, sulla nostra strada appaiono maestosi alberi altissimi e tanto diritti da oscurare il sole: è il Redwood National Park che ancora una volta ci fa sentire piccoli mentre giriamo a piedi volgendo lo sguardo verso l’alto. La fortuna ci assiste: in serata, all’ arrivo a San Francisco, riusciamo a fare le foto dall’alto con il Golden Gate sullo sfondo senza la nebbia che avvolge in più di un occasione questa parte della città e poi ci scateniamo in un paio di discese mozzafiato che trovano il culmine in Lombard Street, più che una via un toboga impressionante da fare in velocità. San Francisco è una delle città più a misura d’uomo che ricordo, una città che mi ha colpito molto sia per l’alto numero di oriundi italiani sia per l’allegria e la voglia di vivere che hanno fatto da contorno mitigando in parte la spiacevole sensazione che la vacanza era ormai finita. Il Pier 39, mitico angolo commerciale, ci ha visto felici come bimbi con la marea di negozi tutti da visitare, con i ristoranti e i fast food che invece del classico Hamburger offrono pesce in tutte le salse con una varietà incredibile. Quanti ricordi, quante sensazioni che porterò sempre nel cuore, sensazioni che spero di avervi in qualche modo trasmesso pur sapendo che non basterebbero due Gold Rider per raccontare quanto abbiamo vissuto giorno dopo giorno in questa che Emilio “lo Svizzero” e Tina hanno definito come “la più bella vacanza della loro vita”. Chiudo questo mio racconto con un saluto doveroso ai miei compagni d’avventura : “Zia” Rita, Massimo “Rassirio” e Sabrina “Amò”, Davide e Valeria “la bella Belinda”sempre sorridenti, Francesco e Cristina, Carlo e Grazia, Lino e Gabriella, Emilio e Tina, Max e Samy, il mio “Ratin”Mariarosa e in modo particolare Maurizio e Nunzia senza i quali non avremmo certamente potuto gustare a fondo questi giorni meravigliosi perché hanno messo a nostra disposizione l’esperienza accumulata precedentemente supportandoci in ogni occasione. Con un abbraccio Sandrone
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Per chi viaggia in Gold Wing sognare di attraversare i vasti territori americani è una costante. Il mito del Coast to Coast, la Route 66, il Gran Canyon, la Monument Valley. Realizzare questo viaggio fino a poco più di un anno fa lo ritenevo impossibile. Poi è accaduto l’imprevedibile. Oramai è dal ‘99, anno di acquisto della mia prima GW, che partecipo, come socio del Gold Wing Club Italia 1989 (www.gwci.org), ai raduni internazionali organizzati dai club Gold Wing affiliati alla G.W.E.F. (Gold Wing European Federation) e proprio in occasione di quello svizzero, nel giugno dell’anno scorso, che la mia passeggera, Giancarla la mamma di Milena, la mia compagna, la quale per l’occasione era venuta sulla sua GW 1200, ha vinto il secondo premio della lotteria: biglietto aereo per gli USA, la prima notte di albergo e una GW1800 per 15 giorni. Incredibile!!! Giancarla ha optato per regalare a me e Milena questo meraviglioso premio. Avremmo avuto più di un anno per organizzarci e capire come e dove sfruttare questa occasione. Dove andare, cosa vedere, gli Stati Uniti sono così vasti, ci sono così tante cose da vedere! Ne abbiamo parlato con Maurizio del Wingstore di Novara, che conosce molto bene questo grande paese e vi ha già organizzato 2 coast to coast., e ci propone di partecipare al 3° Coast to Coast, che si sarebbe tenuto nell’agosto 2004. La proposta è allettante, anche perché nell’itinerario ci sono molti dei posti che ritenevamo indispensabili per una rapida conoscenza degli USA. Già a dicembre 2003 abbiamo preso i contatti con l’agenzia che ci avrebbe affidato la Gold Wing 1800. La Moturis, con agenzia in Svizzera, si è dimostrata altamente professionale e precisa ed in occasione della presa e rilascio del mezzo, veloce e seria. Boston è la città dove atterriamo con il nostro volo proveniente da Francoforte. Preferisco decisamente macinare chilometri su autostrada che non a 10.000 metri di quota. I nostri compagni di viaggio, atterreranno lo stesso giorno, con un volo proveniente da Londra. Un inconveniente alla nave che trasporta le 8 Gold Wing provenienti dall’Italia ci costringe ad andare a New York, e questa tappa "imprevista”, è la vera sorpresa di questa vacanza. Ci avevano vivamente consigliato di evitare di recarci in moto nella Grande Mela, ma noi con la “nostra” moto andiamo ovunque e, come dirà Milena a fine giornata: “dateci una Gold Wing e noi andremo per il mondo”, abbiamo così scoperto di sapere girare agevolmente per Manhattan. Il primo impatto: Ground Zero. Non conosciamo l’aspetto che aveva il quartiere prima di quell’11 settembre, ma quel grande “vuoto” ci fa venire la pelle d’oca. Gli americani sono fieri di esserlo, bandiere che sventolano ovunque, questa sarà una costante che ci seguirà fino a S.Francisco. Primo grande tappone fino a Toronto, oltre 900 km. Ci sono voluti un paio di giorni per adattarsi allo stile di guida americano: velocità costante massima (tra i 65 e 75 miglia/H) per tutti i veicoli, truks compresi, non ci sono corsie di sorpasso, ognuno mantiene la propria carreggiata. Questo permette di macinare chilometri senza rallentamenti e poter tranquillamente prevedere in quanto tempo si riesce a coprire una determinata distanza. Niagara Falls è una
città nata e sviluppata in territorio canadese sulle sponde delle
omonime cascate. E noi che le avevamo immaginate immerse nella natura….. Raggiungiamo nuovamente gli Stati Uniti dopo 3 giorni in Canada, costeggiano i Laghi Ontario, Erie, quasi mai visibili per via della fitta ed alta vegetazione. Strade spettacolari con sali e scendi morbidissimi, e acqua ovunque. Oltre il 30% dell’acqua dolce presente sul globo stava intorno a noi. Una gentilissima cameriera, di origine italiana, ci dice che d’inverno la temperatura a Thunderbay raggiunge i –35° F (-30° C) e la neve supera abbondantemente il metro. Il tempo è molto variabile in questo primo scorcio della vacanza. Tranne i primi due giorni, l’acqua e le basse temperature l’hanno fatta da padrone. Le highway non sono a pagamento e sono bene tenute, però, spesso, si trova di tutto lungo il percorso: marmitte, pezzi d’auto e anche pezzi di legno. Ed è proprio a causa di questo che durante il primo grande trasferimento abbiamo avuto un grosso problema con un cerchione. Un grossa botta, un grande spavento ed una bella spesa. Guido si è ritrovato, scortato da 8 GW e un Chevrolette Van, ad andare con la gomma sgonfia fino al più vicino concessionario Honda. Grazie a Nunzia e Maurizio in tre ore la moto era come nuova. Ed il secondo inconveniente ci capita ad una stazione di servizio. Una distrazione, ed invece di mettere benzina, Roberto mette gasolio. Grazie a questo
inconveniente diventiamo, per una mezz’ora, l’attrazione locale. Foto e
intervista verranno pubblicate sul quotidiano locale di Wilmare. Riprovo dopo moltissimi anni l’ebbrezza di fare qualche chilometro senza casco. Già, in alcuni stati, non vige l’obbligo del casco. Questa è una delle tantissime contraddizioni americane. Faccio benzina e mentre pago il cassiere mi dice: “stai andando a Sturgis?”. Il mio americano zoppica un po’ ed infatti pensavo di non aver capito la frase. Essendo ad oltre 600 km di distanza non potevo minimamente aspettarmi una domanda del genere. E’ come se a Torino mi chiedessero se sto andando a fare un raduno ad Orvieto!!!! Sturgis, la Mecca dei motociclisti. Non è possibile descrivere a parole l’impressionante spettacolo di due ruote a cui abbiamo assistito nei quattro giorni passati nelle Black Hills. Nel raggio di un centinaio di chilometri, in qualunque direzione cardinale, è stato possibile incrociare centinaia di bikers. Le Harley la fanno da padrona….ma quante Electra, e poi, a ruota, un numero impressionante di Gold Wing. La zona è veramente speciale, costruita, sembra, per noi motociclisti. I Monti Rushmore, Crazy
Horse, Devil’s Tower, alcune delle tappe obbligatorie del “Far west”….e
poi stands, tattoo, musica e custom, ma quante custom. Le emozioni, però, sono continuate fino a S.Francisco, a borgo del van, che ci ha portato alla Monument Valley, Gran Canyon, Extraterrestrial Highway, Yosemite Park. Nuovamente a bordo di una Gold Wing, questa volta 1500 prestataci da Sabino, abbiamo avuto la possibilità di girare per questo grande “circo” che è Las Vegas….non solo Casinò, ma molto molto di più…sono riusciti a ricostruire Venezia dentro un albergo…. Il nostro lungo viaggio termina in una città piuttosto singolare, sotto un cielo costantemente nuvoloso, perfettamente visibile da fuori della baia. Anche qui, sempre sulla GW di Sabino, abbiamo provato l’ebbrezza di scendere per la Lombard Street, la strada più tipica di S.Francisco. Torneremo, la prossima
volta per scoprire ancora meglio l’ovest, magari questa volta con la
nostra Gold Wing. Gianpino
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